"Coscienza, medicina e alternative al sangue

Attualità in tema di rifiuto emotrasfusionale"

Presidio Zona Valtiberina 
Sabato 25 marzo ore 8,30
Via F. Redi, 13 - Ospedale di Sansepolcro – Ar

"RIFLESSIONI ETICHE SULL'ATTO MEDICO SECONDO SCIENZA E COSCIENZA. IL RISPETTO DELL'AUTODETERMINAZIONE DELL'EVENTUALE RIFIUTO A TERAPIE MEDICHE NON OBBLIGATORIE, ANCHE SE SALVAVITA, DEVE PREVALERE NELL'EVENTUALE CONFLITTO DI COSCIENZA TRA IL MEDICO E L'ADULTO".

Prof. Fausto Moriani
Filosofo  e membro CEL

ETICA DELLE EMOTRASFUSIONI 
di Fausto Moriani (Comitato etico locale-ASL 8 di Arezzo)

Scienza o coscienza. 
L'espressione "scienza e coscienza", tanto cara ai medici da essere diventata quasi una giaculatoria rituale, è una coperta troppo grande, che copre, per esempio, tanto il medico che recentemente ha deciso di assistere una maternità surrogata, quanto i suoi colleghi che fieramente lo osteggiano. 
Ciò può dipendere da un vizio di fondo che cercherò di illustrare ricorrendo a un dialogo di Platone. Il dialogo si intitola Protagora e contiene un mito, cioè un racconto, sull'incivilimento umano e il progresso (320d-322d). Zeus, il padre degli dei, distribuì il sapere tecnico in modo disuguale, in modo cioè che toccasse in diversa misura ai diversi uomini e a ciascun uomo in diversa misura nei diversi settori. Quando invece assegnò "pudore e giustizia", volle che essi andassero a tutti gli uomini. Protagora, infatti, cui con ogni probabilità va la paternità del mito o comunque del suo uso filosofico, sostiene che "uno solo che possiede l'arte medica basta per molti che di quell'arte sono profani, e così per gli altri specialisti", mentre giustizia e pudore devono essere distribuiti a tutti e bisogna che "tutti ne diventino partecipi; perché non potrebbero nascere città, se solo pochi ne avessero parte, come accade per le altre arti". Dunque, natura elitaria del sapere nel caso delle tecniche - questo mi sembra il senso della espressione "scienza" in "scienza e coscienza", visto che, in ogni caso, bisognerebbe domandarsi "scienza di cosa?"- e natura democratica nel caso di quell'ambito del sapere e dell'agire che gli antichi chiamavamo "virtù" e che noi chiameremmo, con approssimazione e piuttosto convenzionalmente, "coscienza".
Mi sembra importante mettere in crisi, dal punto di vista concettuale, la forza dell'espressione "scienza e coscienza", perché molto spesso pare di cogliere, nel suo uso corrente, un che di ingannevole e proditorio, nel senso che i due termini che essa accoppia, tacitamente consapevoli della propria precarietà, sembrano soccorrersi e, dove la forza persuasiva e anche un po' intimidatoria dell'uno tende a venire meno, interviene quella dell'altro, a seconda degli interlocutori e delle occasioni. Inoltre spesso l'uso dei due termini accoppiati lascia intendere che una coscienza che possieda anche la scienza è un po' più coscienza di una che non la possiede e che una scienza accompagnata da coscienza sia un po' più scienza. 
Nella situazione morale che ci interessa, avremmo così uno squilibrio tra chi "scientemente e coscientemente" deve praticare l'emotrasfusione e chi, solo "coscientemente", la deve ricevere, sia volendola che non volendola. E' pur vero che, come scrive Aristotele in Etica Nicomachea III, 3, 1111a 22-24, un atto è volontario quando "il principio dell'azione risiede nel soggetto, il quale conosce le condizioni particolari in cui si svolge l'azione"; ma, nel nostro caso, il tipo di scienza di cui il paziente che necessita di emotrasfusione deve essere in possesso per essere veramente libero è agevolmente soddisfacibile sul piano di una corretta informazione, circa le conseguenze, allo stato attuale della scienza, di una emotrasfusione mancata o praticata. 

Conflitto di valori, comunione di coscienze 
La situazione di un medico che, per salvare la vita di un paziente, crede di dover praticare senz'altro un'emotrasfusione e di un paziente che, per qualche motivo, non intende riceverla, anche a rischio della propria vita, viene descritta e percepita generalmente in termini di conflitto, sia da parte di chi la osserva che da parte di chi la vive. A ben guardare, è proprio questo percezione di conflitto che sosteneva l'uso proditorio e intimidatorio dell'espressione "scienza e coscienza" discusso in precedenza, perché in un conflitto vince generalmente chi ha più armi. Quell'uso nasconde, in realtà, una questione più grande di cui vorrei adesso discutere. 
Se decidiamo di accogliere senza troppi problemi la nozione - in realtà molto problematica- di "coscienza", possiamo rappresentarci la situazione che ci interessa come un incontro di coscienze informate: quella del medico e quella del paziente. Nella coscienza del medico è molto probabile che, nella nostra cultura, agisca il motivo "fare il bene del malato, garantendone la salute e la vita". Nella coscienza del paziente può agire il motivo "le emotrasfusioni, pur garantendomi la salute e la vita, non fanno il mio bene". Non ci interessano, dal punto di vista etico, né le ragioni che hanno portato nella coscienza del medico il primo motivo né le ragioni che hanno portato nella coscienza del paziente il secondo motivo. 
Stando così le cose, la situazione è effettivamente di conflitto e, per usare l'espressione di Protagora nel mito dianzi ricordato, "la città non può nascere". Se si vuole "costruire la città", il conflitto deve essere razionalmente risolto in mutuo sostegno da parte dei due soggetti morali, attraverso il reciproco riconoscimento del fatto che, senza autodeterminazione del soggetto morale, né il motivo "salute e vita" né il motivo "il bene esclude l'emotrasfusione" potrebbero tradursi in deliberazioni e atti conseguenti. Paradossalmente, il conflitto rafforza le coscienze e, se ragionevolmente interpretato, le apre al mutuo riconoscimento. 
Certo, dal punto di vista dell'azione, il riconoscimento reciproco delle coscienze non può che comportare una sofferenza di una delle due coscienze portatrici di motivi, in questo caso della coscienza del medico; ma si tratta di una sofferenza contingente, che può essere sanata dalla consapevolezza razionale che anche la coscienza del medico esce confermata dall'esito della situazione, in quanto esce confermata l'autodeterminazione in sé. E' tuttavia una sofferenza che deve essere riconosciuta, anche dal soggetto morale che la provoca, e la "città" che il medico ha contribuito a costruire, rinunciando al proprio motivo - non in nome del motivo del paziente, ma in nome dell'autodeterminazione che sostiene entrambi i motivi - deve essere pronta a lenirla, collocandola in un contesto culturale, e quindi anche legale, rasserenante e rassicurante. 
Una celebre e bellissima espressione del Talmud sostiene che "Chi salva una vita salva il mondo intero". Come tutte le espressioni molto generali e molto forti, anche questa apre squarci profondi di verità, ma, dicendo molto, finisce con il dire, in effetti anche poco. Essa, se si riflette bene, può anche risolta nel suo contrario, cioè nell'osservazione che, in alcuni casi, anche chi non salva una vita salva il mondo intero o, quantomeno, la città in cui convive con altre persone.

Prof. Fausto Moriani