PREESISTENZE STORICHE

 

SERRATA MARTINI

A circa 900 m. dalla foce del Bruna si ritrovano i resti dell'antica Salebro, un oppidum romano, stazione di sosta lungo l'antica via Aurelia, costituiti da un rialzo a pianta quadrangolare, delimitato lungo il fiume da un muro di costruzione medioevale, costruito coi detriti raccolti nell'area urbana ( marmi, ciottoli, laterizi, tegoloni, travertini ).
I primi ritrovamenti risalgono al 1880, durante gli scavi del canale essiccatore.
Reperti archeologici possono essere datati al I° e II° sec. d.C; le decorazioni, il colore e le forme di vasellami, scodelle e anfore, non denotano un grande valore artistico, bensi, l'impasto delle argille mescolato a sabbie marine, fa pensare a fabbriche locali, secondo una consuetudine tipica delle province meno ricche.
A circa un metro di profondità sono state rinvenute tombe con piano di sabbia, contenenti scheletri di inumati senza corredo. Affisso alla facciata della Chiesa Maggiorr nel paese alto, vi è un frammento di bassorilievo in marmo di Carrara, di un sarcofago romano.
Nel 1966 sono stati ritrovati quattro elementi architettonici, immersi all'altezza del molo di Castiglione, definiti dalla Sovraintendenza come resti di un ponte romano del I° sec. d.C.
Le piu antiche testimonianze su Salebro risalgono ad una lettera di Cicerone, e ad una citazione di Plinio.

CASA ROSSA (Ximenes)

Passato il ponte Giorgini, percorrendo circa due Km. di una strada a sterro lungo largine del fiume Bruna, si lascia alla spalle il rumore del traffico, e ci si immette nel silenzio desertico del " padule" rotto di tanto in tanto dal gracchiare di uccelli.
Il primo " segno" in cui s'imbatte il visitatore sono i magnifici ruderi della Casa Rossa. La Casa Rossa, o fabbrica delle cateratte, fu fatta costruire da Pietro Leopoldo di Lorena nel 1765, nel piano di interventi di bonifica coordinati dall'ingegnere matematico Ximenes.
L'edificio, sobrio ed elegante si erge su un ponte a tre arcate, in mattoni e travertino. In ogni campata alloggiavano gli argani e i meccanismi di altrettante cateratte, che servivano al controllo delle acque di emissione del lago, oltre a costituire un passaggio obbligato per la pesca delle anguille.
Le fondamenta massicce sono ancora in buono stato di conservazione, mentre i due piani dell'edificio ( il primo destinato all'alloggio dei macchinari, il secondo all' abitazione dell' addetto funzionario) presentano oggi il crollo del tetto, dei solai, e di tutte le pareti interne.
Il ponte su cui sorge la costruzione si allunga verso la pineta dove anticamente erano sistemati dei vivai per l'allevamento del pesce.
Ornamenti e decorazioni ancora vivi nalla memoria della gente più anziana, sono andati depredati e dispersi col tempo: quello che oggi resta sono le nude strutture in mattoni, che creano una visione assai suggestiva per chi osa, ignorando il cartello di pericolo entrarvi dentro: suggestione dovuta ai tagli di luce che penetrano dal soffitto, dai vuoti delle finestre, e al bagliore dell'acqua sottostante. Si trattava infatti, come abbiamo visto, di una costruzione a scopi idraulici, e doveva, trá l'altro, tenere separate le acque dolci dello stagno da quelle salate del mare, poiche era opinione comune di quell'epoca che la mescolanza delle acque fosse la causa principale della malaria.

CASA GALERA

Costruzione nei pressi degli attuali Ponti di Badia, che prende il nome dal fatto che i Pisani, nel XII° sec. vi tenevano ormeggiata una " galera " per il controllo dei loro diritti sulla pesca e sui commerci del lago.

BADIOLA AL FANGO

Su una lingua di terra, sulle sponde del lago, sorse intorno al 1000 un monastero di Benedettini, intorno al quale si sviluppò un piccolo centro abitato, i cui abitanti erano dediti alla pesca. Citazioni dell'abbazia " Ad lutum" si ritrovano su documenti del 1051, 1180, 1540 (vedi capitolo ''Storia di Castiglione" ).
Nel medioevo vi sorse anche una torre Pisana, scomparsa come il resto degli edifici, dei quali testano pochi ruderi.
L'abbazia fu abbandonata con l'invasione degli Aragonesi.

ISOLA CLODIA

Sull'attuale collinetta situata all'estremo angolo Nord della palude incontriamo le rovine di una villa romana, che la famiglia dei Clodi fece costruire nel I° sec. a. C. su quella che allora costituiva un'isola presso le sponde del lago Prelius, a quell' epoca ancora salubre e paesaggisticamente molto bello.
Ad ovest della collina restano tracce di una strada di accesso, costituita da pietra serena e pietre scistose locali. Ad est invece la collina è tagliata a terrazze circolari, che oggi si presentano rivestite con una tecnica muraria medioevale, ma denotano per la loro forma, la primitiva regolamentazione romana.
Dai reperti archeologici si può datare l'età degli edifici che vi sono sorti in diverse epoche storiche: nella villa romana si nota il riutilizzo di materiale laterizio, marmi e pietre di varie epoche che vanno dal I° sec. a.C. fino al II° sec, d.C.: vi sono inoltre reperti di età romanica (1100 ) e di età rinascimentale (1500). E' probabile infatti che la pianta dell'antica villa, sia stata inglobata nella successiva Badia (eretta circa nel 1000).
Citazioni di Cicerone e di Plinio parlano comunque di questa isola. I ruderi oggi visibili sono costituiti da due pareti costruite con una fodera esterna di conci che riveste un conglomerato di uno spessore di 80 cm. circa.
Nella parete ovest si apre un arco a tutto sesto che guarda il lago, mentre l'altra presenta una nicchia, e nella pianta si nota la forma di un abside, tutti elementi usati dai romani per movimentare l'architettura delle ville. Esiste poi una camera sul lato nord, la cui volta poggia su un arco ribassato, oggi invasa da macerie di travertini, mattoni, marmi.

CANOVA I e II

Presso l'attuale podere della Prima Cànova sono stati rinvenuti reperti di epoca tardo romana (frammenti di anfore, vasi, lucernette), visto che il tracciato dell'antica Aurelia correva proprio lungo questa zona. Altri reperti medioevali ( vasi, mattoni, coppi) mostrano che in questo luogo c'è stata vita fino verso il 1500.
Alla seconda Cànova sono state ritrovate poche macerie di età romana, forse solo i resti della massicciata della strada, anche se la tradizione orale parla di alcune tombe poco profonde, a fondo sabbioso, di forma circolare, rinvenute in passato durante lavori agricoli,
L'attuale podere della Cànova risale al 1696, come risulta da una lapide d'epoca affissa sulla facciata.
Gìà in epoca precedente i monaci della Badia al fango attraversavano il lago e venivano alla Cànova dove coltivavano alcune terre; per questo avevano qui costruiti degli annessi rustici, fatti in
mattoni, che cuocevano ín un edificio poco distante che ancor oggi si chiama la " Fornacina".

VIA AURELIA

Il primo tratto della via Aurelia (Aurelia Antica) fu costruita nel III° sec. a.C. da Aurelio Cotta, e arrivava fino al territorio etrusco; la costruzione fu proseguita nel 154 a. C. da Marco Emilio Scauro; da qui il proseguimento fino alla terra ligure fu chiamato in seguito " Aurelia Nova " .
La via proveniva dalle propaggini dei Monti dell'Uccellina, attraversava l'Ombrone sul ponte detto " del diavolo" e raggiungeva il centro di Ostia Umbronis, presso l'attuale tenuta della Trappola.
" La via era selciata da grosse pietre ed aggerata in molti punti per difesa dalle inondazioni" ( E. Repetti, dizionario storico, vol. V° ).
Da qui la via si dirigeva dritta attraverso il tombolo fino a Salebro, passando per la Cànova I e II.
Resti del lastricato e della massicciata sono stati ritrovati durante gli scavi del canale essiccatore ( Ademollo, giornale "Ombrone" 1880); lastroni di tale via sono citati dal Santi (Viaggio terzo ), oltrechè dal Repetti.
Tracce della medesima strada sono state rinvenute, come gia detto, nel tratto di Tombolo tra la Cànova e Castiglione; qui l'acciottolato di poche decine di cm. non presenta fodera superiore in lastre, probabilmente il tipo di sabbia silicea locale, costituiva nell'impasto della massicciata, un conglomerato già sufficientemente duro.
E' probabile che il primo tracciato dell'Aurelia ( 154 a.C. ) passasse a levante del lago, con un percorso arcuato, e che solo nel II° sec. d.C. sia stato utilizzato il tombolo costiero per un tracciato rettilineo, che si ricongiungeva all'altro, a Nord di Salebro.
Da Salebro la via proseguiva a Nord, lungo il tombolo verso il Tonfone, per poi dirigersi nell'unica gola del tratto collinoso compreso tra Poggio Ballone e Poggio la Mozza, per dirigersi a nord verso Pian d'Alma.

Castiglione Della Pescaia